Don Falcone al Caio Melisso di Spoleto

Nelle commedie di Molière e di Goldoni, nelle opere buffe settecentesche di Pergolesi, Scarlatti e Piccinni, il gonzo innamorato è sempre un vegliardo ricco e rimbambito alle prese con le sue ultime pulsioni d'amore per fanciulle altamente smaliziate.
Uno stereotipo, così come il servitore scaltro che briga sempre contro il proprio padrone a favore di se stesso, in modo da impalmare, alla fine, la donzella oppure favorire la sua unione con altro giovane amoroso.
Invece così non avviene per Don Falcone, perché l'allocco di turno dell'operina di Niccolò Jommelli che ha debuttato in "prima " mondiale dell'era moderna al Caio Melisso di Spoleto, è inusualmente giovane quanto il suo servo Gelino e come il suo servo è innamorato della ricamatrice Camilletta che riesce a tenere con grande abilità sulla corda entrambi.
Ma mentre Gelino sa di avere dalla sua parte il cuore della ragazza Don Falcone nutre una passione che lo rende fragile e inconsapevole vittima delle burle più atroci che i due riescono a pensare e a ordire nei suoi confronti.
Le operine buffe servivono un tempo da riempitivo per gli intervalli dei melodrammi. Dovevano divertire e per questo si rifacevano a personaggi comuni e a fatti quotidiani. Alla base hanno un recitativo cantato, qualche piccola aria e sono accumunati, quasi tutti, da un testo leggero appesantito però dalle ripetizioni della stessa frase per anche quattro volte cosa che le rende assolutamente noiose.
Per questo vengono raramente messe in scena, per questo i piccoli teatri storici, perfetti per il genere, si rifiutano spesso di ospitarle.
"Se non fosse per la musica - precisa Michelangelo Zurletti, direttore artistico del Lirico Sperimentale di Spoleto che ha messo in scena ‘Don Falcone' - ammetto che sarebbero di una noia totale.
Non è facile tener vivo l'interesse del pubblico ripetendo per quattro volte le stesse parole. Ma le ripetizioni non si possono togliere perchè sono legate alla musica e tagliare solo una nota sarebbe un affronto che nessun musicologo ci potrebbe perdonare.
Allora abbiamo pensato a degli escamotages rubati alla commedia dell'arte, dalla quale, del resto, i musicisti e i librettisti dell'epoca avevano saccheggiato a man bassa."
É stato così che il regista Giorgio Bongiovanni ha preso la decisione di insegnare ai tre giovani cantanti - il baritono Antonio Vincenzo Serra (Don Falcone), il tenore Gianluca Bocchino (Gelino) e la soprano Emiliya Ivanova (Camilletta) già apprezzata Gilda nel recente "Rigoletto" - a diventare degli attori comici in modo tale da riempire con il gesto scenico e con le situazioni sempre più esilaranti (come la scena della scala e quella del sacco) i vari momenti morti, distogliendo con la risata la scarsa attenzione del pubblico nei momenti dei replay.
Il risultato ottenuto da Bongiovanni è veramente ottimo. "Don Falcone" è stato trasformato in uno spettacolo completo: bella musica (diretta da Francesco Massimi) , belle voci, costumi e scene, hanno assicurato del vero divertimento con i due atti da 35 minuti ciascuno.
L'opera di Jommelli, musicista prolifico specializzato soprattutto in intermezzi, è stata rappresentata per la prima volta a metà del '700, nel 1762 è andata in scena in un teatro di Bologna andato poi bruciato e dopo le varie versioni date dal cantante castrato Domenico Bruni (nel 1772 aveva interpretato Camilletta ancor prima di essere operato, cosa che ha convinto i genitori a procedere con l'operazione) è caduta nell'oblio più completo.
Francesco Massimi e Giovanni Valle, a più di 200 anni di distanza, hanno ritrovato l'originale al Conservatorio Paganini di Genova e ne hanno fatto una revisione musicale di tutto rispetto.
Bravi in egual misura i tre giovani interpreti. Si replica anche oggi alle 17.

Annalia Sabelli Fioretti
dal Corriere dell'Umbria Domenica 21 Settembre 2008




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