Gli ingredienti per coinvolgere ed interessare chi è chiuso dietro alle sbarre la vicenda maledetta del gobbo di Mantova ce li ha tutti, forse molto più del primo esperimento, quella "Bohème" messa in scena prima a Dublino e poi a Spoleto in collaborazione con i detenuti del carcere di Maiano e di Mountjoy vicino Dublino.
Perché in "Rigoletto" c'è il loro mondo, il branco dei cortigiani che si muove compatto come una grande macchia nera e semina terrore, c'è la vendetta come violenza perpetrata in nome della "giustizia fai da te", l'omicidio del killer prezzolato e senza scrupoli che considera la vita umana meno di niente, l'amore di un padre che supera i confini della legge e della convivenza civile, l'odio per il diverso, la povertà, grande madre di molti reati.
E ancora i temi dell'amicizia e della solidarietà, della privazione della libertà, dell'arroganza dei potenti e perché no, anche del destino sotto forma di maledizione per il male fatto ad innocenti.
"Rigoletto", ispirato a Verdi da "Le Roi s'amuse" di Victor Hugo, è tutto questo e anche qualche cosa di più, tanto da far riflettere i liberi cittadini ma soprattutto chi, per motivi così diversi tra loro, si trova a passare parte della propria vita chiuso in una cella.
Con questa seconda parte il progetto della Provincia ha superato "l'esperienza unica ed irripetibile" della Bohème per trasformarsi, come precisa l'assessore provinciale Pierluigi Neri "in un programma di lavoro annuale."
Non è necessariamente indispensabile ma volendo fare un paragone tra il risultato finale del primo progetto, al di là del bel documentario realizzato per la Rai da Porzia Addabbo, "Rigoletto" ha fatto un salto di qualità notevole rispetto alla "Bohème".
La mano esperta del Lirico Sperimentale sulla produzione dell'opera, andata in scena in anteprima al Teatro Nuovo di Spoleto (repliche anche la sera di alle 21,30 e Sabato 13 Settembre alle 17) si avverte prepotentemente.
In realtà c'era stata anche per Puccini a Spoleto, però in seconda battuta, quando tutto era stato pensato, quando si è trattato di dare una veste lucente ad un prodotto di altri.
Stavolta le cose sono andate diversamente. Il Lirico è stato presente da subito, anche sul lavoro da svolgere in carcere, a fianco del regista Marco Carniti e del direttore d'orchestra Carlo Palleschi.
Il risultato finale è di altissimo livello, vedere per credere, soprattutto nella regia, nelle scene e nei costumi, realizzati in parte dai detenuti di Maiano (gli altri sono di Maria Filippi).
Sono loro ad aver "costruito" le bambole di gomma bianca che veleggiano intorno allo sciupafemmine Duca di Mantova (il tenore Alejandro Escobar) del "Questa o quella per me pari sono" e de "La donna è mobile".
Un escamotage registico di notevole effetto che rende frizzante tutto il primo tempo, proprio per la presenza di quelle donnine candide (tranne il trucco del viso) con le braccia e le gambe allargate, forse a sottolinearne la disponibilità, che gli danzano intorno, affollano il suo letto e poi volano via in un suggestivo scomparire quando in lui si accende la passione per Gilda.
Nel laboratorio interno i detenuti con l'Accademia d'arte di Perugia, hanno sviscerato a fondo, come tre anni fa, l'opera e i suoi protagonisti.
"Ognuno di loro si riconosceva in uno dei personaggi"
precisa il direttore della Casa di reclusione Ernesto Padovani
"e mescolava il proprio vissuto con le pene dell'altro.
É stata un'occasione preziosa di studio, di riflessione e di autopsicanalisi."
"Rigoletto dei carcerati" è stato a lungo applaudito da un pubblico stipato in ogni ordine di posto.
I più calorosi sono andati alla giovane e bella soprano Emiliya Ivancheva Ivanova, al baritono Giulio Boschetti, ottimo, con la sua gobba di velluto rossa portato come uno zainetto, al regista Carniti dalle tante intelligenti intuizioni e all'ottimo direttore Palleschi.

Anna Lia Sabelli Fioretti
dal Corriere dell'Umbria Venerdì 12 Settembre 2008




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