Sarà l'analisi eseguita con il metodo del carbonio 14 a confermare l'ipotesi messa sul tavolo dai ricercatori dell'Università della Tuscia. Gli accademici laziali dopo diversi studi si sono convinti che le ceppaie (ceppi di alberi che in seguito hanno rigermogliato - ndr) presenti nella lecceta del bosco sacro di Monteluco abbiano una datazione millenaria. A suffragare la loro teoria ci sarebbero delle stime sul dinamismo, nel senso di ampliamento dimensionale, di alcune ceppaie che nel caso più esemplare hanno raggiunto anche un diametro superiore ai 4 metri. Ma ci vorrà ancora qualche tempo per poter asserire con certezza che quelle ceppaie che si allargano ai piedi di alcuni lecci di Monteluco risalgano ad un migliaio di anni fa e forse anche qualcosina di più. Anche perché il lavoro che da qualche tempo stanno portando avanti i ricercatori dell'Università della Tuscia è assolutamente inedito, se si vuole rivoluzionario. Nessuna università, nessun centro studi specializzato, nessuna fondazione privata o pubblica e nessuno soggetto in genere ha mai proceduto all'elaborazione di un modello che possa consegnare alla scienza un sistema di datazione di una ceppaia. In sostanza l'università laziale con lo studio sul bosco sacro di Monteluco stanno arrivando alla formulazione di un metodo ad hoc che magari un domani una qualche università tedesca o statunitense potrà utilizzare. Ma la scoperta che potrebbe produrre la ricerca rischia di avere anche un risvolto storico di non poco conto. E in questo senso il professore Bartolomeo Schirone è stato chiaro.
"L'ipotesi che queste ceppaie abbiamo più di mille anni - ha spiegato nel corso del convegno organizzato ieri mattina a Palazzo Mauri dal Wwf e dall'Università della Tuscia - ci spinge a supporre che quello di Monteluco fosse il vero, e in un certo senso il principale, bosco sacro dei romani."
Del resto, come è noto, a testimonianza del legame religioso che univa gli antichi romani al Monteluco ci sono le due lex luci spoletine. Due iscrizioni risalenti al III secolo a.c. in cui vengono elencate le pene previste in caso di profanazione del bosco dedicato a Giove. Comunque nell'attesa delle analisi con il metodo del carbonio 14, i ricercatori della Tuscia in sinergia con il Wwf hanno proceduto alla catalogazione di alcuni lecci presenti nel bosco sacro. Una sorta di censimento che ha rilevato 5 piante con una età molto prossima ai 500 anni, altre 5 databili tra i 300 e i 400 e 20 con un età compresa tra i 200 e i 300 anni. Ma anche questo lavoro, come ha spiegato il professore Schirone, non è stato affatto agevole.
"Ostacoli di natura tecnica e biologica - ha spiegato Schirone - impediscono la datazione dei lecci attraverso i prelievi più tradizionali, dal punto di vista biologico questa pianta non produce un anello ogni anno per cui con un campione estratto il rischio è quello di sovrastimare l'età del leccio; dal punto di vista tecnico invece il legno del leccio è durissimo per cui l'operazione di carotaggio è improba. Senza contare - ha proseguito il professore - che qui siamo di fronte ad un bosco monumentale, sacro, e anche se le ferite per i campionamenti non sono dannosi abbiamo preferito evitarle, valutandole come improprie per il caso specifico."
Il metodo utilizzato per catalogare i lecci di Monteluco è piuttosto complesso, comprendendo indici di accrescimento medio ed equazione astruse per chi con gli studi scientifici non ha troppa dimestichezza
Chiara Fabrizi
Corriere dell'Umbria Domenica 20 Novembre 2011




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