4 passi a Castel Ritaldi

Ogni paese di origine medioevale sa dare forti emozioni. Soprattutto quando impegna la sommità della collina di Scigliano e offre sempre uno stupendo paesaggio, quasi un balcone sulla valle.
Il centro del balcone è la piazza. Castel Ritaldi, nato dalla fusione di tre borghi medioevali, è un tipico esempio di agglomerato pittoresco umbro, adagiato su un poggio, ultima propaggine dei monti Martani.
Quando si giunge sulla piazza, che è l'orgoglio di tutti i suoi abitanti, il medioevo ti viene incontro in modo magico, grazie al castello del XIII secolo.
Ed è proprio questo maniero che invita il turista a restare in contemplazione per il fascino di ciò che è stato conservato.
Poi ti accorgi che sei nel terzo millennio dall'insegna dei bar e dal palazzo della civica residenza che, per la sua geometria moderna, non ha certo il fascino del passato.
Per il resto, la piazza è un incastro perfetto e quasi magico del cuore antico. Ti riporta ai tempi in cui la vita si svolgeva in modo semplice. Allora risenti il tambureggiare degli zoccoli dei cavalli, il cigolio delle ruote dei carri, il chiacchiericcio degli uomini e la voce cupa che esce dall'hostaria.
Castel Ritardi costituisce un notevole esempio di borgo medioevale fortificato con mura due-trecentesche a pianta ellittica e torri mozze, con casette poste geometricamente all'interno.
Fu abitato anche in epoca romana, come testimoniano molti frammenti di anfore e manufatti emersi dalle lavorazioni dei campi e inseriti nelle mura di edifici e di numerose chiesette disseminate per le colline.
Sulla piazza, la chiesa parrocchiale di santa Marina è una semplice costruzione medioevale, senza facciata.
Ha un fianco a portichetto rustico, dove è l'ingresso, e, nell'interno, con cappelle gotiche laterali e presbiterio neoclassico, affreschi di Tiberio di Assisi (1512).
Anticamente, Castel Ritaldi fu parte di un territorio denominato "Normandia", che comprendeva numerosi castelli.
Tra il XII ed il XV secolo tutte queste roccaforti furono coinvolti nelle vicende che videro contrapposti il potere imperiale e quello della Chiesa.
A quest'ultimo rimasero soggetti fino alla creazione del Regno d'Italia.
Qui, nel 1499, arrivò, per sottolineare la lealtà del castello di Spoleto, pure Lucrezia Borgia, all'epoca governatrice della città del Festival.
Lucrezia, per anni considerata un prodotto tipico del mondo corrotto e perverso delle corti rinascimentali italiane, ammirò il borgo con grande entusiasmo.
Così pure i suoi boschi, sacri al dio Giano. Per molti anni, al fine di ricordare questa visita, un giovane appassionato di cavalli, organizzò pure una bellissima sfida a cavallo, con tanto si sfilata storica che vedeva al centro sempre belle ed avvenenti ragazze nel ruolo di Lucrezia e un pacioso signore nei panni del conte Ritaldi.
Peccato che la rievocazione sia naufragata presto. Qualcuno, però, è intenzionato a riportarla in vita, perché vivacizzava il territorio e rispolverava un pezzo di storia dimenticata.
Qui, nel Xi^ secolo, esercitava poteri amministrativi sul vasto territorio un visconte. Un compito non facile, perché i castelli erano davvero numerosi. Alcuni sono tuttora abitati, altri invece abbandonati da anni perché in rovina.
Agli inizi del 1600 prese vigore, con la coltivazione dell'olivo, la vita agricola.
Rivive pure l'operosità dell'uomo che, più in basso, dove c'è la campagna, ha plasmato con infinito amore e pazienza i dolci declivi.
Così come speciale è anche la sua storia, che affonda le radici in un nobile passato, e le persone che vi abitano, gente discreta e ospitale.
Appena fuori dalle mura, merita una menzione la Pieve di S.Gregorio (1141), edificio romanico con inconsuete decorazioni in bassorilievo sulla facciata e sul portale ad archi incassati, con ghiere di motivi vegetali intrecciati con figure di mostri, non paragonabili ad altre opere umbre.
con una splendida facciata, e, in località La Bruna, il Santuario della Madonna della Bruna, gioiello rinascimentale edificato sulla riva del torrente Tatarena, a navata unica a forma di croce circondata da tre absidi di uguali dimensioni.
Da Bruna si raggiunge Castel S.Giovanni, fortificazione fatta costruire nel 1376 dal cardinale Albornoz, presenta con torri angolari cilindriche e quadrate.
Giù, nella campagna, a Torregrosso, dove la poiana danza silenziosa nel cielo, vicino al suo nido, in un paesaggio stupendo di verdi colline, uliveti, alberi secolari, lecci e querce, in un vecchio casolare, una sociologa tedesca, Monika Savier, alleva cavalli arabi.
Tutto è iniziato con sei puledre purosangue inglesi, figlie degli ultimi due rampolli del più grande campione della storia del turf europeo, Ribot.
Per loro ha acquistato, dall'allevamento dello Scia di Persia, uno stallone arabo, condotto a piedi, senza sella, durante la cosiddetta rivoluzione in Iran, fino in Austria.
Questi cavalli hanno rischiato, per la crisi alimentare, di essere macellati. Fortunatamente, sono arrivati sani e salvi a destinazione.
"Ne ho acquistato uno in leasing a Bologna – spiega - e, dopo aver visto il suo carattere, mi sono convinta che il puro sangue arabo originale è egiziano.
In Umbria, il clima è molto adatto, perché mite e prevalentemente asciutto. Il cavallo arabo, cresciuto nel deserto, con sbalzi di temperature di 40, 50 gradi tra il giorno e la notte, qui sta bene.
Sono animali robusti. Forse sono sovralimentati e non è molto giusto per la loro razza. Il cavallo arabo, è diventato anche un animale da compagnia."
Monika si dedica pure alla doma, ma non prima che l'animale abbia compiuto 4 anni, perché – dice - la loro cartilagine si trasforma in ossatura a questa età.
A tre anni, però, lo avvia al lavoro con la longarina e le doppie redini. In pratica, se a tre anni per la doma s'impiegano molti mesi, a quattro solo pochi giorni. Come succede per un bambino che va a scuola a sei anni, mentre prima ha bisogno di giocare.
"Quando si doma un cavallo molto giovane, si rischia di fargli rompere ogni rapporto con l'uomo, perché, quando non recepisce gli ordini, si ricorre a misure dure.
A 4 anni, invece, il cavallo ha pure il piacere di essere cavalcato, perché il suo fisico è molto più sviluppato e non soffre per la scarsa muscolatura.
Io pratico una doma dolce, dove tutto si basa su un rapporto di fiducia tra l'uomo e il cavallo. Questa è l'arte del training."
Addirittura, a Torregrosso, Monika Savier fa pure terapia per i cavalli domati male.
Cavalli che rifiutano ogni contatto con l'uomo, perché sono stati legati al palo e maltrattati. Per riprendere questo rapporto di fiducia, li porta addirittura nel vicino laghetto, dove d'estate nuota con loro, poi, piano piano, sale sulla loro schiena.
In questo modo, il cavallo ritorna amico.
Castel Ritaldi è anche il paese delle fiabe. Dal 2000 organizza il premio letterario per fiabe e favole intitolato alla memoria di Mario Tabarrini.
Un cittadino eccellente a cui si debbono testi per bambini e ragazzi ed una favola dal titolo "La fine degli orchi" che, nel 1967, vinse il primo premio del famoso concorso letterario
"Premio Andersen la Baia delle favole"
di Sestri Levante.
L'intento – ricordano gli organizzatori - è quello di promuovere la sensibilità verso la scrittura creativa in tutte le fasce d'età e in particolare in quella giovanile.
Il tema della ottava edizione è "blu". Si richiedono testi fantastici, prodotti per la categoria 3-6 anni in forma grafico/pittorica (con eventuali didascalie) e in forma letteraria per le successive categorie che vanno dai 7 ai 10, dagli 11 ai 13 e dai 14 ai 18 anni.
La partecipazione al concorso è gratuita. Le opere devono essere inedite.

di Gilberto Scalabrini
Il Messaggero Lunedì 31 Agosto 2009




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